Through the Israeli lens / Attraverso l’obiettivo israeliano
Un articolo di Reut Barnea pubblicato sul giornale Calcalist il 9 luglio 2018 in occasione dell mostra Mabul – Fotografia israeliana contemporanea al Museo d’Arte di Ashdod, curato da Yuval Beaton, Roni Cohen-Binyamini, Maurizio G. De Bonis e Orith Youdovich.

ATTRAVERSO l’obiettivo israeliano
Una nuova mostra di 30 fotografi cerca di cogliere i momenti più israeliani. Ma anche gli ideatori della mostra ammettono: “Sono rilevanti ben oltre i confini del Paese”
Di Reut Barnea
Che cos’è la fotografia israeliana? È difficile da spiegare. Circa 30 fotografi israeliani contemporanei cercheranno di rispondere a questa domanda nella mostra inaugurata il mese scorso, “Mabul”, al Museo d’Arte di Ashdod, aperta fino al 13 ottobre.
La mostra si basa sul libro dei fotografi Orith Youdovich e del suo compagno Maurizio G. De Bonis, Il vento e il melograno: fotografia israeliana contemporanea, scritto in italiano e pubblicato in Italia nell’estate del 2017 da Postcart. Al volume hanno partecipato circa 60 fotografi, metà dei quali espongono nella mostra.
Youdovich e De Bonis dividono da anni la loro vita tra Tel Aviv e Roma. Lei, israeliana d’origine, è una fotografa trasferitasi in Italia 45 anni fa; lui è un curatore e critico cinematografico italiano che da anni si occupa del rapporto tra cinema e arti visive. Negli ultimi vent’anni hanno lavorato insieme a numerosi progetti: hanno una rivista online dedicata a cinema, videoarte e fotografia, hanno scritto libri sull’argomento, insieme e separatamente — l’ultimo dei quali dedicato al regista italiano Michelangelo Antonioni — e organizzano in Italia iniziative legate alla cultura israeliana. De Bonis, per esempio, è stato colui che nel 2006 ha ideato il primo festival del cinema israeliano a Roma.
“Quando ho conosciuto Orith, sapevo poco di Israele”, racconta. “Grazie a lei ho cominciato a studiarlo e ho capito che negli ultimi anni la fotografia israeliana aveva conosciuto uno sviluppo enorme. È anche una delle ragioni per cui abbiamo deciso di scrivere il libro. Anche il cinema israeliano ha avuto un’evoluzione simile, seppure un po’ più lenta. Per questo è stato così difficile scegliere i 60 fotografi rappresentativi da includere nel volume”.
Come avete fatto, allora, a scegliere?
De Bonis: “L’arte non è una scienza. Abbiamo scelto di concentrarci sullo stile, sull’estetica e sulla poetica, affidandoci molto anche alla nostra intuizione”.
Tra i fotografi presenti nel libro e nella mostra figurano molti degli autori oggi più importanti — tra cui Ilit Azoulay, Ori Gersht, Vardi Kahana, Elinor Carucci e altri — ma il loro successo non è stato un criterio determinante per la selezione.
“Non siamo coinvolti nei meccanismi del sistema fotografico locale”, dice Youdovich. “Per noi non era importante stabilire chi fosse un fotografo affermato e chi no. Alcuni li conoscevamo personalmente già prima, ma per il libro abbiamo incontrato tutti e 60, abbiamo parlato con loro e, attraverso il dialogo, abbiamo cercato di capire che cosa ci fosse dietro le fotografie. In alcuni casi non abbiamo trovato qualcosa che ci spingesse davvero a voler comprendere ciò che stava dietro l’immagine, e quei fotografi non sono entrati nel libro”.
Dopo aver trascorso ore con ciascun fotografo, hanno iniziato a lavorare al volume, ricco di testi dedicati a ogni autore e a ogni opera. “Il testo del libro nasce dalla mia interpretazione e dalle nostre riflessioni su ogni fotografia e su ogni fotografo”, spiega Youdovich.
Qual è stata la conclusione principale sulla fotografia israeliana contemporanea?
De Bonis: “La conclusione è che, anche quando sembra che i fotografi israeliani si occupino di temi locali, in realtà affrontano questioni che vanno molto oltre. Sono rilevanti ben oltre i confini di Israele”.
Per esempio?
“Il fotografo Yossi Breger, morto due anni fa, si confrontava con questioni come quella dell’oggetto, temi che si ritrovano anche nel lavoro di fotografi internazionali. Barry Frydlender utilizza una tecnica proveniente dalla pittura e si occupa del rapporto tra tempo e fotografia. Orit Siman-Tov lavora invece sui rapporti tra arti visive e punto di vista cinematografico”.
Il pubblico italiano è interessato all’arte israeliana?
Youdovich: “Lavoriamo molto per suscitare questo interesse. Organizziamo festival, seminari e conferenze. Ma ci sarà sempre qualcuno tra il pubblico che cercherà di spostare la discussione sulla politica, e ci sarà sempre qualcuno che parlerà di Gaza”.
[Nota: Il testo originale scritto in ebraico da Reut Barnea è stato tradotto in italiano con l’ausilio dell’IA]