Spunti di riflessione a partire dalla mostra di Orith “Come devo vivere”
di Moran Godess

La visione della mostra ha suscitato in me una serie di pensieri che ho scelto di presentare qui secondo un ordine associativo: da un lato per restituire il percorso della mia esperienza personale della visione, dall’altro per lasciarli aperti come possibili spunti di riflessione.

Come devo vivere

Il titolo della mostra ha immediatamente richiamato alla mia mente le tre celebri domande formulate da Immanuel Kant: 1. Che cosa posso sapere? 2. Che cosa devo fare? 3. Che cosa posso sperare? Per Kant, sono queste le domande che definiscono ciò che chiamiamo essere umano. Il titolo della mostra si è legato, per me, soprattutto alla seconda domanda, quella che in Kant assume una valenza morale. La tradurrei così: “Come dovrei vivere”. L’aspetto interessante è che il titolo non si presenta come una domanda: alla sua fine non compare alcun punto interrogativo. Proprio per questo, esso sembra assumere la forma di un pensiero che accompagna l’azione, o, più precisamente, di un pensiero che accompagna la pratica stessa del vivere. È forse proprio qui che risiede, ai miei occhi, la sua dimensione morale: nel continuo ritornare alla domanda “come devo vivere”, intesa non come interrogativo astratto, ma come esercizio costante di verifica e di critica della realtà quotidiana. Si potrebbe allora leggere in questo titolo anche una riflessione sulla fotografia come pratica morale: una pratica chiamata a interrogare la realtà o, quanto meno, a porle davanti uno specchio. Viene in mente, a questo proposito, la celebre osservazione di Dorothea Lange secondo cui la macchina fotografica insegna a vedere anche senza macchina fotografica.

Sur-face / Sur-back

Le fotografie in cui Orith appare di spalle hanno evocato in me una distinzione tra la superficie e ciò che chiamerei il rovescio della superficie. La superficie, come suggerisce il termine stesso, coincide con ciò che si offre immediatamente allo sguardo: il volto, la parte esposta e frontale delle cose, ciò con cui entriamo direttamente in contatto. Il dorso, al contrario, appartiene a ciò che rimane sempre in parte sottratto al nostro campo visivo. Anche quando si lascia vedere, continua a nascondere qualcosa. Mi è tornato alla mente, in questo senso, un noto verso di Yehonatan Geffen: “Chi mi guarda da dietro non sa chi sono.” Le fotografie di Orith mi hanno permesso, come spettatrice, di non fermarmi alla superficie, ma di percepirne piuttosto il rovescio, quasi il suo inconscio. Guardando la figura di Orith di spalle, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a qualcosa che si mostra e che, nello stesso tempo, rimane indecifrabile. Questa esperienza permane anche nelle fotografie in cui la sua figura non compare. Quanto più l’immagine appare nitida, precisa, quasi iperrealistica nella sua capacità di registrare la natura, tanto più si avverte che essa resiste a una lettura definitiva e non si lascia mai esaurire completamente. È forse proprio questa resistenza a generare nelle immagini una sensazione di continuità: qualcosa che prosegue oltre i limiti della fotografia e non giunge mai a una conclusione definitiva.

Tempo

Se avessi incontrato queste fotografie in un libro, senza sapere quando fossero state realizzate, avrei potuto collocarle quasi indifferentemente dagli anni Cinquanta fino a oggi. La loro temporalità mi è apparsa, così, duplice: da una parte evocano il ricordo, la memoria, una forma di nostalgia; dall’altra sembrano aprirsi verso qualcosa che non è ancora accaduto, verso una possibilità ancora inesplorata. Questa sensazione nasce, credo, dalla tensione tra due elementi opposti. Le fotografie sono profondamente radicate in luoghi precisi, portatori di una storia e di una memoria specifiche; eppure, allo stesso tempo, trasmettono sradicamento, abbandono, solitudine e mistero. È un po’ come entrare in uno stato d’animo.

Spazio

Proprio l’assenza di riferimenti geografici espliciti — anche quando ho riconosciuto alcune immagini realizzate a Tel Aviv o nel Negev, esclusivamente grazie a una conoscenza precedente — finisce per sottrarre i luoghi alla loro particolarità concreta, rendendola quasi irrilevante. A produrre questo effetto contribuisce, a mio avviso, l’assenza di un unico punto focale centrale, di un elemento stabile a cui lo sguardo possa immediatamente aggrapparsi. Ne deriva una particolare mobilità dello sguardo. L’occhio non si arresta, non si concentra su un unico elemento, ma vaga all’interno dell’immagine, tentando ogni volta di abbracciarla nella sua totalità. Questa irrequietudine dello sguardo genera una modalità di visione attiva, critica, interrogativa. Lo spazio fotografico non si offre mai come qualcosa di già dato una volta per tutte, ma continua ad aprire nuove possibilità di percezione. Ed è proprio in questa apertura — tornando ancora una volta a Kant — che Orith riesce, a mio avviso, a produrre ciò che nella Critica del giudizio viene definito piacere estetico.

Una nota personale – Desidero ringraziare Orith per avermi dato la possibilità di vivere questa esperienza. Si dice che l’occhio sia capace di cogliere le emozioni, ma non i pensieri. Mi sembra che questa mostra riesca invece a spingere lo sguardo oltre i propri limiti, permettendogli di agire contemporaneamente su entrambi i piani.

©Moran Godess, ricercatrice e PhD in filosofia, 2010

(Nota: Il testo originale scritto in ebraico da Moran Godess è stato tradotto con l’ausilio dell’IA)